Intervista a Marta Maggio

Marta Maggio

La cantante Marta Maggio raccoglie le prime esperienze nei tour come corista oppure come chitarrista nella band progressive rock Alnico. Con il trasferimento in una nuova città Marta Maggio si occupa di parlare della propria solitudine.

In questa chiacchierata abbiamo parlato della sua esperienza nella band progressive rock, del racconto della solitudine, del singolo Se fossi e di molto altro!


Ciao e benvenuta! Inizi il tuo cammino nel mondo della musica come chitarrista nella band progressive rock Alnico. Cosa ti ha insegnato quest’importante esperienza?

L’esperienza con gli Alnico è stata fondamentale, prima ancora come persona che come musicista. Penso che suonare in una band non sia solo una questione musicale. È un continuo esercizio di ascolto e di convivenza, e non sempre è facile. Ti insegna a condividere, ad ascoltare e ad avere pazienza anche attraverso le fatiche quotidiane — come incastrare gli impegni di tutti o trovare un punto d’incontro tra gusti diversi.

Con loro si era creata una bellissima armonia: ognuno portava il proprio contributo nel pieno rispetto della canzone. Musicalmente ho imparato che una canzone funziona quando smetti di pensare solo alla tua parte e inizi ad ascoltare davvero quella degli altri. Perché una canzone funzioni, a volte bisogna fare un passo indietro rispetto al proprio virtuosismo. Impari a mettere da parte l’ego per curare il dettaglio e valorizzare l’insieme.

Inoltre, non è affatto scontato trovare musicisti con cui fare musica inedita. Serve un’intesa profonda, oltre a obiettivi chiari e condivisi. Quell’esperienza mi ha regalato una sensibilità all’ascolto che porto ancora oggi nel mio percorso da solista.

Ti avvicini al mondo della scrittura solista quando ti avventuri in una nuova città. Cosa nella solitudine ti ha portato a scrivere delle canzoni?

In realtà è stata quasi una conseguenza. Mi sono trasferita per lavoro dalla Sicilia alla Liguria, e poi in Veneto, e da un giorno all’altro mi sono ritrovata senza le persone con cui avevo da tempo fatto musica.

Col tempo, però, ho capito che proprio quell’assenza mi stava obbligando a fare qualcosa che probabilmente avrei rimandato per anni: capire cosa avevo da dire io, senza potermi appoggiare a una band. All’inizio quella solitudine mi pesava molto. Poi, quasi senza accorgermene, la scrittura è diventata il modo che avevo per mettere ordine in tutto quello che stavo vivendo.

In Liguria il mio “studio” era il bagno di casa. Era l’unico posto dove riuscivo a stare da sola, a fare rumore senza sentirmi fuori posto. È lì che ho iniziato a capire che forse avevo qualcosa da dire anche senza una band. Non cercavo risposte, avevo solo bisogno di capire meglio quello che mi stava succedendo. È stata un’esperienza faticosa, che ti mette costantemente davanti ai tuoi dubbi, ma scoprire che quelle canzoni riuscivano a reggersi sulle proprie gambe mi ha dato il coraggio di andare avanti.

Il tuo nuovo singolo è Se fossi, descrivilo usando tre aggettivi.

Passato, presente e futuro.

La canzone si muove tra diversi condizionali in cui si esplorano i fantasmi del passato e le proiezioni di un futuro mai vissuto. Cosa ti ha portato a scrivere una canzone su questo tema?

«In realtà è nato tutto da un mio bisogno di fare chiarezza. Quando ti scontri con interrogativi così grandi, ti rendi conto che sono nodi che non puoi sciogliere del tutto. E all’inizio ho pensato che scrivere una canzone basata sui condizionali fosse quasi inutile, perché alla fine non ti risolve mica il problema. Però poi ho capito che la vera rassicurazione sta proprio lì: nel fatto stesso di tirare fuori questi dubbi, di metterli in fila e dargli un nome.

Anch’io mi ritrovo spesso in questa terra di mezzo: da una parte il passato, che mi ricorda dove non voglio tornare, dall’altra il futuro, che provo continuamente a immaginare. Il rischio di questo limbo è che ti perdi nei tuoi pensieri e finisci per trascurare quello che hai davanti oggi, i dettagli più importanti. Nelle strofe ho voluto raccogliere un po’ di quelle lamentele tipiche che ci ripetiamo sempre, dalle cose più banali a quelle più complesse, come il non aver studiato abbastanza o il voler genitori più presenti.

Spesso, per semplificarci la vita, cerchiamo un colpevole o ci colpevolizziamo pur di trovare una risposta immediata. Credo che abbiamo tutti questa tendenza a voler controllare tutto. Accettare di non poterlo fare, e metterlo in musica, mi ha aiutata a esorcizzare questa paura. So bene che non esiste una risposta unica a certe domande, ma per me questo brano è come una parola gentile o l’abbraccio di una persona cara: non ti risolve i problemi della vita, ma ti stringe forte mentre sei nel dubbio. E già essere consapevoli di queste dinamiche, secondo me, è l’inizio di un percorso di liberazione.

Marta Maggio

In questa malinconia si respira però anche un atto di pace, secondo te come si può raggiungere questa pace in una situazione del genere?

Per me quella pace arriva quando smetto di oppormi a tutto quello che non posso controllare. Non è una pace perfetta, né significa che il dolore sparisce all’improvviso o che sparisca una volta per tutte. È una pace che nasce quando decido di mollare la presa, e per me mollare non ha mai significato arrendersi.

Anzi, credo sia uno degli atti più coraggiosi che si possano fare. Vuol dire smettere di raccontarsi delle scuse, accettare che alcune cose non dipendono da noi e smettere di consumare energie nel tentativo di cambiarle. È un percorso che richiede fatica, ma ogni volta che riesco a lasciare andare qualcosa che non mi appartiene più, sento di respirare un po’ meglio.

Mi piace pensare che sia come una barca che molla gli ormeggi. Non sta rinunciando al viaggio, sta scegliendo di partire davvero. Porta con sé solo ciò che è essenziale e lascia a terra tutto il resto. E forse è proprio questo, per me, il significato della pace: non l’assenza della malinconia, ma la capacità di conviverci senza lasciare che sia lei a decidere la rotta.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

In questo momento sto scrivendo tanto. Alcune canzoni sono già finite, altre invece mi stanno ancora chiedendo tempo, e ho imparato a non avere fretta. Ci sono nuove idee che stanno prendendo forma. Mi piacerebbe portare in futuro questi brani dal vivo, per vedere cosa succede quando smettono di appartenere solo a me.

Più che fare programmi rigidi, oggi sento il bisogno di seguire ciò che mi rappresenta davvero. Per anni ho avuto la sensazione di dover rincorrere qualcosa. Oggi mi interessa molto di più costruire un percorso che mi somigli davvero. Il resto arriverà quando sarà il momento.


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