Intervista a Canja

Canja

Il musicista Canja è una di quelle proposte musicali che colpiscono sin da subito chi è sempre alla ricerca di nuove sonorità. La musica di Canja avvolge quel mondo fatto di riti, spiritualità ed elementi lontani dalla realtà quotidiana a cui siamo abituati.

In questa chiacchierata abbiamo parlato della collaborazione con Daniele Bonaviri, delle sue influenze musicali, del singolo Tribe e di molto altro!


Ciao e benvenuto! La tua musica colpisce sin da subito grazie alle influenze del Sud Italia con i valori di un’educazione basata sulla fede. In che modo questi mondi influiscono sulla scrittura della tua musica?

Il Sud Italia mi dà la materia prima: il ritmo viscerale, la terra e il tamburo usato come strumento fisico di guarigione e liberazione. L’educazione evangelica mi dà invece la struttura spirituale: mi ha insegnato il rispetto sacro per il suono, l’idea della musica come rito/preghiera e soprattutto la coralità. Nei miei brani c’è sempre una “chiamata e risposta”, come una comunità che si unisce.

In breve: dalla mia terra prendo il battito ancestrale, dalla mia fede l’intenzione spirituale. Insieme, trasformano la mia musica in un rito.

I tuoi primi passi su un palco sono accompagnati da Daniele Bonaviri, figura di spicco della chitarra flamenca in Italia. Cosa ti ricordi maggiormente degli eventi svolti insieme?

La collaborazione con il M° Bonaviri risale al mio primo tour professionale di molti anni fa. Ricordo l’eccitazione di prendere l’aereo: per me era il simbolo del “mestiere” che cominciava. Devo quell’opportunità al mio maestro, Emanuele Smimmo, che mi scelse come suo sostituto come premio per la conclusione dei miei studi.

Di quei grandi musicisti mi colpì la straordinaria professionalità unita a una profonda umanità; Bonaviri, chitarrista dalle doti notevoli, mostrava un rispetto immenso verso i più giovani, tanto da chiedermi pareri sul suo progetto in hotel o da condividere i racconti sui grandi artisti con cui aveva lavorato. Suonare con persone così rende tutto naturale: la musica fluisce in modo inaspettato.

Canja

È un viaggio in Brasile che dona una parte fondamentale per la tua musica grazie ai riti del Candomblè. Come hai voluto unire questo mondo nelle tue canzoni?

Dai riti di condomblè ho ereditato l’intenzione profonda, ogni tamburo ha una voce e serve a richiamare un’energia nei miei brani faccio lo stesso, fondendo quella forza ipnotica con i suoni ancestrali del Sud Italia e con la coralità della mia educazione spirituale.

Le mie esperienze come batterista al servizio di artisti brasiliani hanno steso il tappeto sotto i miei piedi, ma sono stati i rituali a darmi la spinta per camminarci sopra, permettendomi di capire a fondo quel suono e di toccare con mano le radici da cui parte gran parte della musica brasiliana.

Il tuo nuovo singolo è Tribe, descrivilo usando tre aggettivi.

Ancestrale, Ipnotico e Comunitario.

È un brano che rappresenta l’apertura verso una dimensione più ampia della solitudine descritta nel tuo singolo di debutto. In che modo hai voluto descrivere il cambiamento nella solitudine?

In Floor ho descritto una solitudine claustrofobica, subita, simile al silenzio di chi è rimasto intrappolato nel fitto di un bosco in bianco e nero. È la solitudine in cui tocchi il fondo e devi solo pensare a sopravvivere.

In Tribe il cambiamento sta nel fatto che la solitudine non scompare, ma si trasforma: smette di essere isolamento e diventa uno spazio di ascolto e di ricerca. Ho voluto descriverla come un risveglio alla riva di un lago, dove i colori passano al calore del fuoco. In questo brano la solitudine non è più un muro che separa, ma una condizione condivisa che accomuna tutti.

Diventa il punto di partenza per lanciare un richiamo, un invito ad avvicinarsi. Ho voluto descrivere questo cambiamento passando dall’io al “noi”: il silenzio del singolo che si trasforma nel ritmo della comunità, dove ognuno porta la propria storia personale per scaldarsi attorno allo stesso fuoco.

La musica diventa una chiamata collettiva, credi che attualmente si riesca ancora a creare questi riti di condivisione?

Ci credo fermamente. Viviamo in un’epoca frammentata e dominata dagli schermi, ma il bisogno umano di connessione reale è sempre lì, forse ha bisogno che riemerga. Si può ancora creare questo rito se si torna all’essenziale.

Quando la musica è senza filtri digitali e viene suonata a mani nude, le barriere crollano: il ritmo è un codice impresso nel nostro DNA sin da prima di nascere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di scaldarci attorno allo stesso fuoco, guardarci negli occhi e sentirci parte di una tribù reale. Con Tribe voglio offrire proprio questo: lo spazio in cui questo rito collettivo può ancora accadere.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Far uscire l’album, portare finalmente questo progetto dal vivo e continuare il percorso di collaborazione che ho già iniziato con altri artisti, unendo e fondendo insieme i nostri rispettivi mondi musicali.


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